Mentre infilavo in valigia un abito di lino italiano e un paio di bermuda in cotone, mi domandavo quali temperature avrei dovuto affrontare una volta atterrato in territorio nemico. I rapporti del Copernicus climate change service – che tengo sempre a portata di mano durante questa emergenza – spiegano come nel nord del continente il riscaldamento sia ancor più marcato in inverno e mi portavano a vaticinare 25/28 gradi di minima. Ma a spaventarmi davvero non erano tanto le ondate di caldo del cataclisma climatico, quanto il gulag putiniano. Alla soppressione dei diritti caratteristica del regime, si aggregavano disperazione per l’esito della guerra e denutrizione per l’effetto delle sanzioni. Jacobo Iacoboni mi aveva allertato: la fame morde, mancano finanche le uova, c’è gente che fa la fila per riuscire ad averne anche uno soltanto. Ma ormai la frittata era fatta e una volta imbarcato sull’aereo – che prevedeva un volo con scalo nella satrapia ottomana – per reggere il pesante bagaglio delle mie paure ascoltavo le roboanti parole di Mario Draghi all’Assemblea generale dell’Onu: «L’esito del conflitto resta ancora imprevedibile, ma Kiev sembra aver acquisito un vantaggio strategico importante. Le sanzioni che abbiamo imposto a Mosca hanno avuto un effetto dirompente sulla macchina bellica russa e sulla sua economia. Con un’economia più debole, sarà difficile per la Russia reagire alle sconfitte che si accumulano sul campo di battaglia». Una belva ferita è ancora più pericolosa, rimuginavo, e l’orso russo era trafitto, piagato, agonizzante. Sarebbe stato certamente più prudente farmi spedire in Ucraina, nel cuore dell’Occidente democratico, ed è quella destinazione che nonna Annetta aveva animatamente suggerito. Un Erasmus giornalistico a Leopoli, o magari a Donetsk, per portare fiori sulle lapidi dei morti civili ucraini del 14 marzo. Forse avrei potuto passeggiare per Kiev con il condottiero Volodimir Zelensky sottobraccio come fece confidenzialmente Bruno Vespa. Ma la democrazia non va difesa dove già esiste, bensì dove non trova cittadinanza, dove viene calpestata. Così ho preso il coraggio a quattro palmenti e mi sono involato per Mosca, sfidando la mia pavidità, le feste comandate e le maledizioni della vecchia consanguinea. Atterrato puntualmente con la mia compagna siberiana, quindi già avvezza ad atmosfere da Solženicyn, rimango immantinente allocchito dalla temperatura, che segna sette gradi sotto lo zero. Dev’essere una percezione, rifletto, come quando a Milano vedevo gli extracomunitari di Piazza Sempione prendersi a biciclettate in testa. Un taxi si offre cortesemente e celermente di accompagnarci in hotel, che dista circa quaranta minuti dall’aeroporto. Quella lestezza andava verosimilmente imputata alla completa assenza di turisti o uomini d’affari, in quella città dimenticata da Schwab. Il veicolo – una Mercedes Classe E – era endotermico a benzina e la cosa mi indispettiva, specie considerando che è proprio l’inquinamento da monossido di carbonio che esce dai tubi di scarico la causa primaria di quel global warming che mette in pericolo il pianeta. Chiedo all’autista come mai non sia passato a una Dacia Spring, ma lui replica, in un inglese grossolano e con un tipico slogan da propaganda negazionista, che le auto elettriche con il freddo non partono e con il caldo vanno a fuoco. Giunto in hotel, mi trovo innanzi un maestoso palazzo di eloquente retaggio sovietico.

 

Abituato ai capannelli di nigeriani di fronte all’Hotel Principe di Savoia di Milano dove a dicembre eravamo soliti organizzare la cena natalizia del mio ex giornale, l’atmosfera mi appare subito ben poco esotica. Ordine, pulizia, efficienza nel servizio: è la faccia presentabile di tutti i fascismi, mi convinco. Cerco un senzatetto cui dare qualche moneta prima di registrarmi, ma non ne trovo. Almeno uno storpio, un focomelico, senza successo. Se i governi occidentali non riescono a risolvere il problema dei senzatetto – indigeni e foresti – perché troppo impegnati nel salvare il pianeta, il disinteresse dei russi per la catastrofe climatica ovviamente permette loro di appianare questioni marginali come i marginali. Benché siano quasi le 21, nella hall mi si avvicina una giovane donna in livrea fresca come una rosa bulgara e con una boutonnière già confezionata per azzimare il bavero del mio capospalla. Rifiuto quella floreale concessione al patriarcato e penso a queste povere ragazze ancora costrette a piegarsi ai riti di quel mondo sessista che noi abbiamo sconfitto mettendole a lavorare nei call center a sei euro l’ora. La stanza è molto accogliente, due volte più ampia del mio appartamento meneghino, e rimango sorpreso dal dosatore della doccia. Sono da tempo ansioso di montarlo a casa, ma il mio idraulico, che ho sempre diligentemente pagato in nero, non mi risponde dal 2019. Arrivai a pensare potesse essere mancato per il Covid, ma quando lo vidi in un hub vaccinale e fece finta di non riconoscermi, trovai conforto. Lo spettacolo dalla terrazza panoramica sulla capitale era impressionante, devastante, piena com’era di bagliori e di esalazioni; ma il fumo che saliva qua e là sembrava più vapore acqueo sceso sotto il punto di rugiada, che quello di palazzi in fiamme sventrati dai bombardamenti Nato.

Mentre la mia compagna ordina 17000 rubli di caviale con la sua carta di credito russa, io scendo a fare due passi. La prima cosa che mi colpisce sono le luci di Natale. Se in Italia ci sono addobbi natalizi che sembrano i peli del mio schnauzer con un neon singhiozzante infilato sotto le palle, qui il fasto è davvero sfrigolante, imperiale.

 

I negozi del lusso sono chiusi dopo la fuga di tutti i marchi occidentali, forse perché erano ormai le 22 passate. Certo, all’interno di un magazzino chiamato Zum vedo una Maserati Levante in vetrina, ma dev’essere quella di un diplomatico Exor con sede in Olanda, stabilimenti in Portogallo e Francia, di stanza a Mosca. Le boutique Rolex e Patek Philippe mi lasciano perplesso, ma la Svizzera è da sempre neutrale e questa circostanza non farà ragionevolmente eccezione. Vedo molti giocatori di polo al galoppo e Ralph Lauren è figlio di immigrati bielorussi, per cui avrà lasciato attivi i suoi negozi perché amico di Lukašenko. Ma senza il colosso francese LVMH l’economia di guerra russa imploderà senz’altro, anche se quel colbacco di Loro Piana in vendita a 115mila rubli non sembrava pensato per proteggere le orecchie dei soldati. Innanzi al teatro Bol’šoj, dove biasimevolmente non avevano ancora bandito i compositori russi come da noi, vedo una giovane immigrata, che splende di liquirizia sul bianco sfondo della neve. Parla al telefono, in una lingua slava, e non mi chiede denaro, anche perché in caso di necessità avrebbe potuto dare in pegno un bracciale di Buccellati.

La seguo per capire come sia possibile che una ragazza nera possa circolare liberamente nel Paese più razzista d’Europa dopo l’Italia, ma è una vera pantera e mi semina all’altezza del The Chalyapin Bar, dove entra con piglio ferino. Vorrei raggiungerla, intervistarla: malauguratamente, però, non mi basterebbero i soldi per una tisana e desisto. Un poco disorientato e stanco dopo il viaggio cerco la strada dell’albergo, ma mi smarrisco di fronte a un concessionario Bentley celato da una roccia a sfioro, forse dopo il crollo di un palazzo. Per fortuna un lunghissimo corridoio artificialmente illuminato a festa dalle luci dell’autocrazia sembra condurmi a destinazione. Vedo una folla di circa trenta persone in ordinata successione a ridosso dei tendaggi Belle Époque di due vetrine; “è la fila per le uova!”, esclamo fra me e me. In effetti, poco dopo metto a fuoco l’insegna Beluga Caviar Bar, locale dove gli avventori aspettavano di entrare, evidentemente in fila per le uova di storione, le uniche rimaste. Proseguendo nell’escursione, gli empori che mi circondavano facevano sembrare la Rinascente poco più di un outlet di provincia e i palazzi di Stato davano la misura di quanto grande quello Stato fallimentare si sentisse. La quantità di beltà femminile che incrociavo, senz’altro a pagamento, ridefiniva molte italiane con la puzza sotto la passera come genoveffe pelose in cerca di attenzioni. Gli omosessuali non mi pareva avessero bisogno di mettersi un pene fra le orecchie per far capire cosa più gradivano e gli chef con accento campano sembravano molto più italiani degli egiziani che ci sono in Italia.

Il mattino dopo, l’ultimo giorno dell’anno, ero inquieto, confuso; a essere completamente onesti non riscontravo tutta quell’indigenza che mi aspettavo di trovare e non mi sentivo in pericolo di vita neppure sotto le mura del Cremlino, dove un gigantesco calcinculo lanciava in cielo giovani schiamazzanti, forse per abituarli a paracadutarsi nella miseria. Il cenone, consumato al ristorante dell’hotel Savoy, si alternava a balli festosi dove giovani madri sinistramente somiglianti a Natal’ja Michajlovna Vodjanova danzanvano con la prole in un clima apparentemente sereno. Il discorso di fine anno del presidente despota veniva seguito con simulata emozione e c’erano attrici di scena che arrivavano ad asciugarsi le lacrime con un fazzoletto in batista. Sorridevo, pensando a signore italiane che si commuovessero durante un discorso di Mattarella. Tuttavia, Mosca era pur sempre la capitale dell’impero, soppesavo, uno specchietto per le allodole, un finto biglietto da visita di benessere; molto più di quanto lo fosse Roma per l’Italia.

Se passeggiando per la Città Eterna così come sotto le mura vaticane della Santa Sede, ovviamente troverete tutto impeccabilmente curato ed amministrato. Non una cicca di sigaretta a terra o un mendicante per la strada, non un disservizio, una maleducazione. Ma questo non significa che in altri comuni del Belpaese la situazione sia così celestiale. Per cui, mi dicevo, devo uscire da questa quinta teatrale di propaganda e salire verso la culla del Male: San Pietroburgo! La città che ha dato i natali al sanguinario Putin.

In aeroporto incrocio molti giovani che imbarcano degli sci, forse per fuggire a uovo sulle Alpi austriache mentre le hostess sono magnifiche ragazze di maniere sofisticate, senza dubbio dedite al meretricio quando fuori servizio. Giungiamo a Pietroburgo in perfetto orario e un taxista dai tratti somatici mongoli ci conduce all’hotel, accovacciato fra l’Hermitage e il Palazzo d’Inverno. Qui la percezione segna – 29 e comincio a credere che abito di lino e bermuda fossero un poco inadeguati. Mentre il taxi cerca spazio fra due Maybach posteggiate sul marciapiede, chiedo dove si trovi la Prospettiva Nevskij cantata da Franco Battiato. A pochi passi, mi dice l’autista. Consegnate le valigie, la raggiungo in cerca di Igor Stravisnky, fuggito in America per salvarsi dai nazisti. Oggi sarebbe certamente fuggito in Ucraina, risparmiandosi un viaggio transoceanico. Poco distante intravedo la cattedrale di Kazan e decido di entrare, per respirare il vuoto di spiritualità di quelle genti senza Dio. In realtà la chiesa è gremita, forse per un matrimonio gitano, e la celebrazione viene seguita con grande partecipazione e introspezione anche da ragazze in età da Leopolda. E mentre apprendo della profittevole e significativa presenza del presidente Zelensky alla cattedrale di Davos, facendomi largo fra donne con pelli di animali sulle spalle cerco qualche traccia di degrado, di vessazione, un trovatello che suoni la balalaika, una piccola spazzacamino… e alla fine trovo un buon uomo che trema come un uccellino all’interno del suo veicolo, articolando gesti clandestini per attirare la mia attenzione. Forse un oppositore del regime, un dissidente, costretto a nascondersi dalla iattanza dei fascio-cosacchi. Busso al vetro di quella che sembra essere un’utilitaria Bev, senza dare nell’occhio: “Tutto bene, ribelle coraggioso?”. “Insomma”, mi dice in un eccellente inglese; “il riscaldamento non funziona su questa caffettiera elettrica che ha comprato mia moglie; dev’essere il freddo. Mi chiamerebbe un taxi? Purtroppo anche il telefono non si carica… ”.

 

 

 

L’articolo è stato pubblicato su Informazioni Classificate, rivista mensile di Byoblu.